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Smog e coronavirus: ecco il nesso

L’analisi di un gruppo di ricercatori della Società italiana di medicina ambientale, che ha esaminato i dati dell’Arpa, conferma la denuncia dell’Alleanza europea per la salute pubblica: il particolato atmosferico moltiplica il rischio

di Barbara Battaglia

Da una parte c’è un rischio che si manifesta in tempi lenti: l’inquinamento atmosferico e le polveri sottili causano più di 60 mila vittime ogni anno ma il rapporto causa ed effetto, chiaro dal punto di vista scientifico, è sfuggente sotto il profilo psicologico perché l’iter delle malattie è lungo. Dall’altra parte c’è un virus che agisce in modo rapido e diretto. L’attenzione tende a concentrarsi su quest’ultima minaccia. Ma esiste un nesso tra le due?

La risposta che danno molti ricercatori è che questo nesso esiste ed è ben documentato. Secondo l’Alleanza europea per la salute pubblica (Epha: è la piattaforma europea che riunisce le organizzazioni che si occupano di salute pubblica), il rapporto è stato evidenziato da una ricerca del 2003 sulle vittime della Sars. Lo studio ha dimostrato che nelle regioni con livelli più alti di inquinamento atmosferico c’era l’84% di probabilità in più di morire rispetto a quelli nelle regioni con basso inquinamento atmosferico. E Sara De Matteis, docente di Medicina ambientale e del lavoro presso l’Università di Cagliari e membro del Comitato per la salute ambientale dell’European Respiratory Society ha aggiunto che “i pazienti con patologie polmonari e cardiache croniche causate o peggiorate dall’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico sono meno in grado di combattere le infezioni polmonari e hanno maggiori probabilità di morire”.

Smog e coronavirus, una conferma dall’Italia

Ora una conferma recentissima è venuta dall’Italia. Un gruppo di ricercatori della Società italiana di medicina ambientale (Sima), in collaborazione con le Università degli studi di Bari e di Bologna, ha esaminato i dati pubblicati sui siti delle Agenzie regionali per la protezione ambientale (Arpa) relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale e ha rilevato il superamento dei limiti di legge (50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) in molte città. Fin qui, come si diceva, nulla di nuovo. La sorpresa è arrivata confrontando la mappa dell’inquinamento con quella del coronavirus. La comparazione ha portato a una conclusione netta: “Esiste una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo dal 10 al 29 febbraio e il numero di casi infetti da Covid-19 aggiornati al 3 marzo”.

Secondo i ricercatori “il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, cioè un vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni”.

Un terzo parere, che va nella stessa direzione, viene dal medico Gian Luca Garetti che, su Medicina democratica, dichiara: “Sarebbe sorprendente scoprire che l’inquinamento atmosferico non ha influenzato il rischio di ammalarsi e di morire per Covid-19, dal momento che la sola esposizione al particolato è di per sé causa di mortalità, specialmente nelle persone con malattie preesistenti”. In base ad alcuni studi realizzati in Cina e legati principalmente alla Sars – continua Galletti – “non è quindi azzardato ipotizzare che la perversa sinergia fra il virus SARS-COV-2 e l’inquinamento atmosferico, sia una delle cause della particolare gravità e diffusione della pandemia di Covid-19, in Cina, nella Pianura Padana, nella Corea del Sud, cioè in zone accomunate da un alto tasso di inquinamento”.

Quel che è certo, prima durante e dopo l’emergenza coronavirus, è che istituzioni e aziende dovrebbero fare di più contro il mal d’aria di città. Gli ultimi dati, nel rapporto di Legambiente di cui avevamo parlato anche su Alla Carica!.

Qui, intanto, una mappa che mostra i livelli di inquinamento dell’aria.

Smog e coronavirus, ragionare su prevenzione

Dunque, anche se in questo momento le energie devono concentrarsi nell’affrontare la fase di emergenza, appare opportuno allungare lo sguardo verso la prevenzione: la vera incognita riguarda la capacità di evitare la moltiplicazione di questi disastri. Da questo punto di vista è interessante l’analisi, sul sito climalteranti.it, del climatologo Stefano Caserini che, con Simone Casadei e Mario Grosso, fa un primo bilancio dei possibili benefici organizzativi che potrebbero derivare da una riflessione sulla pandemia e dei rischi. Da una parte “l’attuale situazione, pur nella sua gravità, lascia intravedere la possibilità di attuare nuovi modelli comportamentali, come lo smart-working, o le riunioni e lezioni a distanza, che possono dare un piccolo contributo alla soluzione. Non possiamo che auspicare che questo si realizzi, e che questo lungo periodo di clausura per milioni di persone porti ad uno sguardo diverso verso i limiti del pianeta e la necessità di affrontare adeguatamente in modo preventivo i rischi globali”.

Ma dall’altra “le esigenze di rilancio dell’economia dopo l’uscita dalla crisi potranno rallentare la tendenza alla decarbonizzazione che si è vista negli ultimi anni, nonché il negoziato internazionale sul clima, che vedeva proprio nel 2020 un anno cruciale, con un rilancio degli impegni di riduzione previsti dall’Accordo di Parigi da parte di tutti gli Stati. Il rischio è che l’emergenza sanitaria possa restringere gli spazi del confronto democratico, attenuando l’indubbio effetto delle azioni di mobilitazione che nell’ultimo anno hanno messo il tema del cambiamento climatico nell’agenda della politica e della finanza”.