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Investire nell’energia per la ripartenza economica

Lo studio di Confindustria Energia sull’andamento e sui programmi di investimento in Italia al 2030, in linea con il Pniec e con il Green Deal europeo

di Goffredo Galeazzi

La ripresa economica post Covid-19 passa anche attraverso il rilancio degli investimenti in infrastrutture energetiche primarie e la semplificazione dei procedimenti autorizzativi. E l’Italia, in coerenza con le linee dettate dal Piano nazionale Energia e Clima (Pniec), può svolgere un ruolo credibile e importante nel Green Deal europeo grazie al superamento degli obiettivi clima-energia nel 2020 ed alla coerenza delle strategie di transizione energetica nel medio-lungo termine.

Nel prossimo decennio dai 110 miliardi di euro di investimenti previsti in Italia per le infrastrutture energetiche, si attende un aumento dello 0,8% del Prodotto interno lordo e dal punto di vista sociale un aumento di occupazione pari a 135 mila unità lavorative annue (Ula). Sul versante ambientale si calcola una riduzione di 75 milioni di tonnellate di CO2 al 2030, pari all’82% dell’obiettivo di riduzione di gas climalteranti previsto per il totale degli usi energetici, oltre agli effetti collegati ai progetti di economia circolare che garantiscono la sostenibilità degli investimenti nel territorio.

Conseguire la decarbonizzazione

Gli investimenti saranno una leva importante per favorire la ripartenza economica con un impatto non trascurabile sulle aziende che operano nella filiera energetica comprese le piccole e medie imprese della supply chain aiutandole a superare la contrazione di attività e di fatturato nel 2020 e a partecipare alla prevista ripresa nel 2021. E la disponibilità di infrastrutture energetiche, come emerge dallo studio, condiziona il conseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione secondo i tempi previsti, con effetti anche sul grado di sicurezza e stabilità del sistema energetico nel suo complesso.

Sono i principali risultati che emergono dallo studio “Infrastrutture energetiche per l’Italia e per il Mediterraneo”, sviluppato da Confindustria Energia con la partecipazione delle sue Associazioni (Anigas, Assogasliquidi, Assomineraria, Elettricità Futura, Igas Imprese Gas e Unione Petrolifera) delle società Snam e Terna e dell’Osservatorio Mediterraneo dell’Energia (OME) con il supporto analitico di PwC Strategy&. La ricerca analizza, infatti, l’andamento e i programmi di investimento in Italia tra il 2018 e il 2030 nelle infrastrutture energetiche e le potenzialità del sistema Italia per lo sviluppo di progetti in campo energetico nell’ambito di una rafforzata cooperazione nella regione del Mediterraneo. Pur considerando alcuni rallentamenti per la realizzazione dei progetti nel breve periodo, l’ampio spettro di filiere tecnologiche analizzate continuerà ad essere un riferimento valido. In considerazione dei nuovi obiettivi Pniec, le fonti rinnovabili presentano stime in crescita per circa il 30% per impianti solari ed eolici, bioenergie e biometano. In aumento anche quelli per tutte le altre filiere, ad eccezione degli investimenti del settore di Produzione Idrocarburi che registrano una riduzione di circa il 25% a causa dei provvedimenti del governo del 2019/2020 che limiteranno nel futuro le attività Oil&Gas nazionali.

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Semplificare i procedimenti autorizzativi

Lo studio si sofferma in particolare sulla semplificazione dei procedimenti autorizzativi con specifiche proposte riguardanti la perentorietà dei termini temporali, la coerenza del quadro normativo e la governance dei rapporti tra le istituzioni nazionali e regionali, in maniera da ottenere tempi certi per l’iter autorizzativo ed omogeneità delle valutazioni in particolare nel campo della sicurezza. La velocizzazione del processo amministrativo richiede inoltre interventi sulla governance dei rapporti tra le istituzioni locali e nazionali, e la necessità di rafforzare la struttura delle commissioni VIA/VAS (Valutazione impatto ambientale e Valutazione ambientale strategica, ndr). “L’Osservatorio Pniec presso la Presidenza del Consiglio – sottolinea lo studio – viene considerato lo strumento fondamentale di coordinamento che dovrebbe avere anche poteri sostitutivi in caso di difficoltà insorte nella gestione del processo autorizzativo”.

“Nella difficile situazione economica causata dall’emergenza sanitaria – sottolinea il presidente di Confindustria Energia Giuseppe Ricci presentando lo studio – gli investimenti in infrastrutture energetiche rappresentano per l’Italia un’opportunità per la ripresa economica post Covid-19, uno strumento essenziale per il raggiungimento degli obiettivi del Pniec e del Green Deal Europeo e un modello di sostenibilità per lo sviluppo nella Regione del Mediterraneo. Mi preme rimarcare il fatto che le aziende della filiera energetica sono rimaste in piena operatività durante tutta la Fase1 dell’emergenza, resa possibile grazie all’individuazione e all’attuazione tempestiva di misure rigorose di prevenzione e gestione dei rischi, anche attraverso il proficuo lavoro con le organizzazioni sindacali, a protezione del personale dipendente e contrattista e a garanzia della continuità delle attività e del rifornimento di ogni forma di energia al Paese”. Secondo Ricci “sarà necessario sostenere il processo di crescita e di riconversione della filiera energetica, accelerando lo sviluppo e la trasformazione degli asset, adeguando progressivamente la capacità ai consumi reali, per assicurare la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità del sistema, a sostegno di un modello economico competitivo, circolare e sostenibile”.

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Una più stretta cooperazione energetica

La certezza dell’approvvigionamento energetico e la promozione di un modello di sviluppo sostenibile richiedono inoltre una più stretta cooperazione energetica tra Europa e i Paesi del Mediterraneo. Gli scenari dell’Osservatorio Mediterraneo dell’Energia prevedono per i Paesi della costa meridionale ed orientale del Mediterraneo un notevole incremento demografico, una crescente domanda di energia e investimenti per il settore energetico entro il 2030 tra 1700 e 1900 miliardi di euro, di cui circa 900 nei Paesi delle sponde Sud ed Est. “La presenza nell’area dei principali operatori italiani, sostenuta da iniziative istituzionali a livello regionale ed europeo – si legge nello studio – metterebbe l’Italia al centro di un Green Deal Euro- Mediterraneo con significative ricadute a livello economico, sociale ed ambientale per il nostro Paese e per la Regione”.