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Il World Press Photo all’economia circolare

Il fotografo Luca Locatelli ha vinto il primo premio nella categoria “Environment Stories” con il suo progetto su “the end of trash”

di Barbara Battaglia
credits: Luca Locatelli

“Grazie a chi crede che dobbiamo imparare nuovi modi di vivere sul nostro pianeta e aprire un vero e proprio dibattito sull’argomento”. Così il fotografo Luca Locatelli ha annunciato il 16 aprile scorso sul suo profilo facebook di aver vinto il concorso più importante per i fotogiornalisti, il primo premio del World Press Photo 2020 nella sessione “Environment, Stories”, storie ambientali. 

Un premio che parla di economia circolare, perché è con il progetto “The End of Trash- Circular Economy Solutions”, pubblicato dal National Geographic, che Locatelli è stato dichiarato vincitore dall’organizzazione del più grande e prestigioso contest di fotogiornalismo mondiale. Lo abbiamo incontrato (via skype) per capire le ragioni di questa sua passione per la circular economy.

Com’è nato questo progetto sull’economia circolare?

È nato su mia iniziativa, più di due anni fa. Fa parte di una serie di storie che sto realizzando sul futuro possibile. È di questo che mi occupo in modo specifico, con la fotografia. Sono partito con un’analisi dell’impatto dell’uomo sull’ambiente e della connessione tra uomo, tecnologia e ambiente, finché non è diventata la mia specializzazione e mi sono focalizzato a quel punto sulle soluzioni possibili e praticate.

Dopo “Hunger solutions” (di cui si parla sotto, ndr), mi trovavo a Washington e con il National Geographic Magazine si era già creato un team di lavoro specializzato, quindi la mia idea sulla fine dei rifiuti è stata come una nuova fiamma che si è accesa.

Di circular economy avevo già sentito parlare, molto tempo fa, penso a tutto il dibattito sulla “blue economy”, e mi sembrava un’ottima idea, un paradigma efficace. Ma era molto difficile da visualizzare. Questo è stato proprio il punto di partenza della mia ricerca: riuscire a rendere con le immagini un’economia che è spesso complessa da “vedere”.

Nel corso delle mie ricerche, successive alla scelta del tema, ho capito che l’epicentro della questione era l’Europa, poi abbiamo allargato la ricerca in Asia e negli Usa. Per raccontare la circolarità sono partito, come faccio sempre, dalle storie. La fotografia è il mezzo più efficace che ho per comunicare queste storie, che produco sempre anche a livello multimediale. Come le scelgo? Le storie migliori sono quelle che associano una grande foto a una solida informazione, a un contenuto verificato, inattaccabile, potente.
Specificatamente nella circular economy ci sono esempi, buone pratiche molto promettenti ma che purtroppo spesso sono ancora a uno stato di sviluppo non maturo, per cui è difficile definirli solidi dal punto di vista dei dati. Quindi il mio criterio è anche l’attendibilità, la scientificità, la dimostrabilità delle informazioni che sono “dietro” alla storia.

La circolarità non è solo un hashtag

Uno degli aspetti più interessanti delle mie ricerche sull’economia circolare è che mi sono trovato ad approfondire soprattutto la tradizione del recupero. La circolarità non è solo un hashtag, un trend che va di moda: siamo capaci di farla perché l’abbiamo sempre fatta, prima di decretarne la fine a favore della linear economy.

Ho studiato molte tradizioni di recupero. Prato, per citare una storia italiana che ho raccontato, è il più grande esempio in questo senso. Per decine di anni sono stati considerati e in qualche modo anche sottovalutati come “cenciaioli”, e penalizzati dal punto di vista economico, come aziende che trattavano rifiuti speciali. Oggi parliamo di un distretto tessile tra i più grandi in Europa, che produce lana riciclando rifiuti: smontavano le palline da tennis, i giacconi militari, usavano ogni tipo di merce nell’ambito del riuso della spazzatura tessile. Solo che, appunto, per molto tempo, è stato difficile comunicare l’importanza di tutto ciò. Con la nascita della circular economy sono diventati un esempio, un distretto illuminato, Prato ha fatto fortuna, facendo del bene all’ambiente.

E anche qui ho scoperto come il futuro assomigli al passato, con le persone che separano per tonalità di colore quintali di tessuti e merce da riutilizzare, in un processo virtuoso che ha fatto scuola.

credits: “The end of Trash” – Un mondo senza rifiuti, di Luca Locatelli
Dalle sue foto emergono tante realtà circolari: dalle energie, con la storia delle centrali geotermiche islandesi, ai tessuti riciclati a Prato, dai rifiuti all’agricoltura, con la fattoria verticale al chiuso più grande del mondo. Quale l’ha colpita di più?

Sono due: una in Islanda, un Paese che produce gran parte della sua energia grazie al geotermico, un esempio meraviglioso di sostenibilità circolare. I tubi diventano un’attrazione turistica, sono dello stesso colore della montagna, in armonia con il paesaggio. Si sono cioè inventati un modo di “prendere” le risorse e restituirle alla natura. È il posto più orientato alla natura che abbia mai visto, la cultura dell’azione sana tra uomo e natura è comune a tutti i cittadini.
L’inceneritore di Copenaghen è la seconda storia che reputo più interessante, un altro esempio di come l’uomo possa valorizzare l’industria dei servizi coi migliori architetti, in chiave ecocompatibile. In questo caso parliamo di un edificio costruito da un archistar, Bjarke Ingels, che lo ha pensato e creato come un luogo di cultura sull’economia circolare. In Danimarca importano spazzatura dalla Germania e dal Regno Unito, ci fanno acqua calda per una intera una città e l’impianto è disegnato per arrivare allo zero waste e andare a biomassa. In più diventa una pista da sci all’aperto, una parete d’arrampicata, un centro di cultura sull’economia circolare…Insomma, un esempio modernissimo di come una struttura industriale possa essere sostenibile e integrata con la realtà che la circonda.


credits: “The end of Trash” – Un mondo senza rifiuti, di Luca Locatelli
I Paesi Bassi, che sono stati al centro di diversi suoi lavori, prevedono di avere un’economia circolare piena entro il 2050, come scrive Robert Kunzig nel già citato reportage sul National Geographic. Che differenze ha riscontrato, sul campo, tra i vari Paesi, rispetto a questo tema?

La vera differenza la fanno i governi. E i governi, i parlamenti, sono l’espressione dell’elettorato che sceglie chi li rappresenta. Questa per me è la risposta, il motivo reale del gap tra Paesi che investono nella circular economy e altri che non lo fanno. Un esempio per tutti: a Rotterdam, BlueCity è il nome di un hub di start up che lavorano su progetti di economia circolare. Sorge all’interno del Tropicana, un ex impianto di piscine, e ora è un incubatore di nuove idee. Il progetto è stato realizzato grazie ad aiuti di stato, è cioè un’impresa che unisce l’iniziativa privata al pubblico e che recupera pienamente spazi urbani inutilizzati, un elemento-chiave per la circular economy.

Con “Hunger solutions”, due anni fa, nel 2018, lei ha già vinto il World Press Photo (secondo premio nella categoria “Environment, Storie“). Ha raccontato la storia dell’agricoltura in Olanda, che è il secondo esportatore al mondo, dopo gli Usa. Come nacque quella scelta, in cui si vedono anche fattorie climatizzate per produrre ortaggi a ciclo continuo?

Il sistema innovativo praticato in Olanda è un’agricoltura non convenzionale perché si basa su principi che sono in sostanza un’imitazione della natura. Parliamo di una produzione massiva che però ha un impatto ambientale che è drasticamente inferiore agli altri metodi: si stima che un ettaro produca 10 volte in più che nell’agricoltura “tradizionale”, di massa. Risolve enormi problemi di occupazione del terreno, è indipendente dai fattori climatici, ribalta le regole del settore, perché ad esempio il luogo ideale per coltivare non è un luogo troppo caldo, usa il 95 per cento in meno di acqua. Sono insomma un’eccellenza a livello mondiale.

Quando pensiamo all’agricoltura ci immaginiamo piccoli campi con contadini che arano, un racconto un po’ edulcorato della realtà, che spesso è fatta invece di caporalato e piantagioni intensive. Quando si parla di grandi numeri, di massicce quantità di prodotti, occorre essere strategici, come appunto fanno nei Paesi Bassi, dove investono moltissimo in ricerca e sviluppo, soprattutto in questo settore.
Quel progetto si chiama “Hunger solution”, soluzione contro la fame, perché il punto è proprio come risolverere il dramma della fame nel mondo nei prossimi anni, con tutti i conflitti che comporterà. Servono soluzioni concrete, praticabili, reali: se non riusciamo a rovesciare e invertire velocemente il modello di sviluppo e di consumo, cerchiamo almeno di non fare ulteriori danni.

Lei ha dichiarato che il suo lavoro è in particolare focalizzato sulle storie legate all’ambiente e alla tecnologia, agli esempi più brillanti per risolvere i cambiamenti climatici, nell’era dell’AntropoceneDiversi esperti sostengono che la pandemia di COVID-19 abbia molto a che fare proprio con l’ambiente e con quello che l’uomo sta causando al pianeta. Pensa che terminata l’emergenza sanitaria avremo “imparato la lezione”?

Se il coronavirus sarà percepito come una sorta di fatalità, credo che la gente farà fatica a cambiare radicalmente abitudini in breve tempo, anche se magari sarà propensa a comprarsi una e-bike o una macchina ibrida. Un impatto sulla vita di tutti i giorni ci sarà per forza, dipenderà da quanto dura l’emergenza sanitaria e la crisi economica e da cosa succederà a livello politico, in tutto il mondo. Penso che con strumenti maggiori, a livello culturale e di indirizzo politico – considerando, ad esempio, l’impennata delle energie rinnovabili – sarà più facile scegliere stili di vita sostenibili, meno pericolosi per il pianeta.

A quali progetti sta lavorando attualmente? Continuerà ad occuparsi di economia circolare?

In questo periodo ho fatto poche foto, pochi racconti legati al Covid19. È stata però un’occasione per fare cose che normalmente non ho tempo di fare, lavori che avevo sempre rimandato e forse quest’aspetto della crisi mi mancherà.

Ho seguito e fotografato solo una notizia in modo particolare, la trasformazione a Torino delle Officine grandi riparazioni in una struttura sanitaria, raccontando per immagini la fase di passaggio da un uso all’altro. L’iconografia un po’ da “science fiction” di questa crisi mi aveva inizialmente attirato ma io non lavoro sulle news. Lo studio, la specializzazione è quello che paga, in fotografia. L’ho visto nei miei miti, penso a Stanley Greene, ad esempio. Chiedersi cosa ti interessa umanamente e personalmente è il punto di partenza: la fotografia è una conseguenza.

Io ho iniziato tardi questo lavoro, a 37 anni, e penso che la fotografia nasca “per strada”, quando ti viene il coraggio di abbandonare ogni certezza. In particolare noi che ci occupiamo di fotografia documentaristica siamo un po’ un branco, un gruppo di pazzi.
Sì, certo, io ovviamente continuerò a dedicarmi alle possibili soluzioni contro la distruzione del pianeta, sto lavorando a un progetto in Asia e ad un altro sull’archeologia ma non posso anticipare troppo. Quel che è certo è che percepisco sempre maggiore attenzione verso i temi dell’economia circolare e questo ovviamente è positivo per il mio lavoro e per il mio impegno. Continuerò a raccontare chi costruisce questo nuovo mondo, con le mie foto, che non sono mie, ma di tutti”.

Fonte dell’articolo: Circular Economy Network

foto di copertina, credits: “The end of Trash” – Un mondo senza rifuti, di Luca Locatelli