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politiche ambientali

Taglio CO2: impegni tanti, risultati pochi

La coalizione che rappresenta i maggiori investitori mondiali, con 54 trilioni di dollari di asset in gestione, boccia le politiche ambientali delle prime 159 grandi aziende globali

Le prime 159 grandi aziende globali, che emettono l’80% della CO2 mondiale, devono darsi da fare e, soprattutto, spendere di più per ridurre le loro emissioni di gas serra e per rispettare gli impegni pubblici volti a ridurre la loro impronta di carbonio. E’ la valutazione delle performance aziendali sui cambiamenti climatici stilata da Climate Action 100+, la coalizione composta da 575 investitori che hanno 54 trilioni di dollari di asset in gestione, compresi alcuni dei più grandi fondi di investimento del mondo come BlackRock e State Street. Chiamato “Climate Action 100+ company benchmark”, il parametro della coalizione “offre le prime valutazioni dettagliate e comparative delle prestazioni aziendali” su tre obiettivi cardine: “riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, miglioramento della governance e rafforzamento delle informazioni finanziarie relative al clima”.

Aziende dell’auto e dell’Oil&Gas

Su un totale di 159 aziende valutate su nove misure legate al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi, nessuna secondo Climate Action 100+ ha investito abbastanza per raggiungere gli obiettivi del trattato delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali). Tra le 159 imprese troviamo aziende dell’Oil&Gas come Exxon, BP, Total e Shell, utility dell’elettricità come Engie o Edf, produttori auto come Toyota, Volkswagen, Daimler e le italiane Enel, Eni e Fca.

Solo sei società hanno soddisfatto parzialmente i criteri ambientali di allocazione del capitale. Poco più della metà delle aziende intervistate (83) ha annunciato pubblicamente un obiettivo di zero emissioni nette di carbonio entro il 2050, ma solo il 9% ha indicato gli obiettivi per ridurre la maggior parte delle emissioni nella propria catena di approvvigionamento, note come emissioni Scope 3. Secondo il rapporto, meno di un’azienda su cinque ha una strategia chiara per la decarbonizzazione.

I migliori risultati delle aziende europee

Le aziende europee hanno ottenuto i risultati migliori in termini di definizione degli obiettivi di zero emissioni nette entro il 2050, con le aziende australiane seconde. Nessuna azienda valutata “ha performance di alto livello in tutti i nove gli indicatori chiave”. E nessuna azienda “ha completamente rivelato come raggiungerà i suoi obiettivi per diventare un’impresa net zero entro il 2050 o prima”. Soprattutto manca “la definizione di obiettivi a breve e medio termine per ottenere riduzioni ambiziose delle emissioni entro il prossimo decennio”, cioè il punto più critico che richiede azione immediata e investimenti.

Su 107 compagnie analizzate che hanno piani a medio termine, solo 21 rispettano i criteri fissati da Climate Action 100+. Ancora peggiore il quadro degli impegni nel breve termine, con orizzonte 2025: in questo caso solo 8 aziende su 75 sono in regola.

I criteri di valutazione

Rispetto alla media, però, alcune sono andate peggio. Tra le dieci imprese che disattendono tutti e nove i criteri, troviamo le cinesi Saic Motor e PetroChina. Anche Fca non emerge, soddisfa parzialmente solo il criterio sulla governance, sulla supervisione degli obiettivi climatici a livello di Consiglio di amministrazione. Eni soddisfa pienamente 3 criteri (tra cui quello di una strategia coerente di decarbonizzazione), parzialmente 5 e manca, come quasi tutte le aziende, l’obiettivo sull’allineamento dei propri investimenti con le emissioni zero al 2050. Eni e Rio Tinto sono le uniche due aziende che ottengono pieni voti nell’impegno per le policy ambientali. Anche Enel vede parzialmente promossa la sua strategia di riduzione delle emissioni, con 2 criteri pienamente soddisfatti, 6 parzialmente soddisfatti e quello sugli investimenti non soddisfatto.