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Se la pandemia spezza il nostro rapporto con gli animali

La fotografia di Legambiente su quello che fanno i Comuni per il benessere degli animali 

Negli ultimi 20 anni in Italia il numero di cani e gatti che vivono nelle case è quadruplicato.  La gestione degli animali nelle città può rappresentare una cartina di tornasole per valutare le azioni delle amministrazioni comunali per garantire il benessere degli animali e al contempo quello delle persone. 

Fare il punto sui servizi offerti dai comuni e delle aziende sanitarie per la gestione degli animali d’affezione e la qualità della nostra convivenza in città con animali domestici e non è l’obiettivo della nona edizione di “Animali in città”, presentato da Legambiente. Lo studio – basato su dati riferiti al 2019 raccolti dai 1.069 Comuni e dalle 46 aziende sanitarie che hanno risposto ai quesiti inviati da Legambiente – fotografa la situazione pre Covid. 

Purtroppo con molta probabilità gli effetti della crisi economica innescata alla pandemia potrebbero peggiorare la situazione. Un tema più urgente che mai dopo un anno di pandemia che ha visto aumentare il disagio economico di una parte della popolazione e che rischia di ripercuotersi anche sui milioni di animali da compagnia.

“Ci prepariamo ad affrontare una crisi economica e sociale post pandemia che rischia di ripercuotersi anche sui milioni di animali da compagnia che abitano nelle nostre case e riempiono spazi relazionali importantissimi”, ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, intervenendo alla presentazione dello studio. “Senza aiuti concreti, si rischiano scelte dolorose e l’aumento di abbandoni. Prevenire e accompagnare queste difficoltà, con iniziative diffuse, pubbliche e private, sarà essenziale per garantire il benessere a persone e animali”.  

La situazione nei comuni italiani

Sulla carta le cose non vanno male: più dei due terzi dei Comuni italiani dichiarano di avere uno sportello dedicato ai diritti degli animali in città; nei fatti solo uno su sette (15,7%) raggiunge una performance sufficiente. In realtà nella maggioranza dei casi le amministrazioni non conoscono con precisione quanti siano gli animali presenti in città. La stessa anagrafe canina – l’unica anagrafe animale obbligatoria – spesso non funziona in maniera efficace. Secondo le amministrazioni comunali che hanno risposto ai quesiti di Legambiente  (il 13,5% dei Comuni italiani ), la media è di un cane ogni 7,5 cittadini residenti: 1.060.205 cani su 7.913.890 residenti. 

“Se in alcuni Comuni il rapporto è di un cane a cittadino, in altri si arriva a un cane ogni più di 6.000 cittadini: un dato che palesemente mette in luce una mancanza di conoscenza”, ha fatto presente Antonio Morabito, responsabile nazionale fauna e benessere animale di Legambiente. Complessivamente volendo stimare il numero di cani presenti in Italia si va da 20 a 30 milioni. Numeri analoghi per i gatti. 

I canili rifugio

Altro tema da risolvere è quello dei canili rifugio. Secondo i dati forniti dalle aziende sanitarie, sono attivi 226 canili rifugio che ospitano 92.371 cani, due volte e mezzo quelli che potrebbero, pari a 36.766 posti. 

Proprio i canili rifugio assorbono 93 milioni di euro. In pratica il 59,3% del bilancio destinato alla gestione degli animali in città che ammonta complessivamente a 228.682.640 euro: 156.857.113 euro spesi dai Comuni a cui vanno sommati i 71.825.527 euro spesi dalle asl. 

Una somma ingente pari ad esempio a 2,7 volte la somma impegnata per tutti i 24 parchi nazionali italiani o a 62 volte quella per tutte le 27 aree marine protette. Ma soprattutto non in linea con la qualità dei servizi offerti in termini di benessere animale. 

Le specie selvatiche

Nelle nostre città vivono anche numerose specie selvatiche per le quali il contesto urbano presenta notevoli criticità. Producono non solo sofferenze e rischi per la loro sopravvivenza ma anche costi sanitari, sociali ed economici crescenti. 

Anche qui c’è molto da fare. Solo il 14% dei Comuni è in contatto con un centro di recupero per animali selvatici a cui indirizzare chi dovesse trovare un uccello ferito. La percentuale scende al 9% se si trova un mammifero ferito, al 2% se si trova una animale marino o un rettile in difficoltà, e all’1% se si trova un animale esotico ferito. Solo l’8,7% delle aziende sanitarie dichiara di conoscere i dati sanitari degli animali ricoverati presso i centri di recupero: 4.847 animali selvatici nel corso del 2019.

“Spesso le nostre città sono insostenibili per gli animali. Stiamo per presentare un progetto di legge per l’istituzione di un’anagrafe animale, non solo canina. Si tratta di uno strumento necessario per gestire meglio la presenza degli animali in città. Penso anche al tema dell’abbandono delle specie aliene: tartarughine o pappagalli ad esempio che quando crescono spesso vengono liberati nei parchi cittadini, cosa che come sappiamo può creare interferenze e problemi alle specie autoctone”, ha aggiunto Rossella Muroni, vicepresidente commissione Ambiente della Camera dei deputati.