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Il Central Park? È nato da un rametto di menta

Una serie di otto video di animazione racconta la storia naturale dell’architettura

di Francesco Sellari

C’è un legame tra un parco leggendario come Central Park e un rametto di menta? In un certo senso sì. Ma per capirlo bisogna risalire al Settecento e agli studi del chimico e filoso inglese Joseph Priestley. Noto soprattutto per i suoi studi sui gas, per i suoi esperimenti era solito utilizzare una campana di vetro. Un giorno, nel 1771, decise di rinchiudere un topo sotto la campana e ne constatò la morte per asfissia. Notò, tuttavia, che un altro incolpevole roditore riusciva a vivere più a lungo se, al di sotto della campana, era presente una qualsiasi pianta. Inizialmente utilizzò un rametto di menta. Un esperimento che consentì a Priestley di intuire la capacità delle piante di “ripulire l’aria”, ovvero di rilasciare ossigeno. Questa semplice scoperta fu alla base della comprensione del meccanismo della fotosintesi.

Ora, pensiamo a come doveva essere l’aria nelle grandi metropoli europee del Settecento quando il carbone era utilizzato per il riscaldamento domestico. Un’aria mefitica che le classi abbienti di Parigi o Londra, ad esempio, rifuggivano spostandosi a ovest, in zone più esposte ai venti dell’Atlantico. L’intuizione di Priestley fu la molla che fece capire a architetti e urbanisti l’importanza delle aree verdi. La creazione dei parchi cittadini nasce inizialmente da questa esigenza sanitaria. Ed è così che possiamo trarre una linea di congiunzione che da un rametto di menta arriva al polmone verde di Manhattan.

Continuiamo il nostro viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta di insolite connessioni tra il micro e il macro. Approdiamo all’incirca all’anno mille. Siamo in pieno Medio Evo. Come molti ricorderanno da reminiscenze liceali, scavallato il millennio e archiviate le profezie escatologiche, l’umanità guarda al cielo con minor timore. E l’architettura traduce questa maggior leggerezza d’animo con lo slancio verticale che caratterizzerà le cattedrali gotiche. Ma, tuttavia, queste opere monumentali non sarebbero state possibili se l’uomo non avesse “riscoperto”, in un certo senso, i piselli.

Piselli e altri legumi erano coltivati sin dall’antichità, ma nel Medio Evo l’agricoltura è incentrata principalmente sulla produzione di grano. Intorno all’anno mille, tuttavia, i contadini cominciano a sperimentare la rotazione triennale. Fino ad allora, il grano veniva alternato al maggese. Poi, d’un tratto, l’illuminazione: in questa rotazione, si poteva inserire la coltivazione delle leguminose, come piselli, fave e lenticchie. Il beneficio che ne derivò fu doppio: non solo un’agricoltura più produttiva ma anche un’alimentazione più ricca di proteine.

Fu anche grazie al maggior apporto proteico dei legumi che le società trovarono energia e forza muscolare per costruire edifici belli, grandi ma non necessari alle esigenze di sopravvivenza. Nei 600 anni precedenti, dopo la caduta dell’Impero Romano, le forme architettoniche predominanti non prevedevano inutili dispendi di energie. Era un’architettura bassa, strettamente funzionale alle condizioni climatiche, geografiche e fisiologiche. I materiali più utilizzati erano la terra cruda, il legno e la paglia.

Questa e altre storie, caratterizzate da uno sguardo insolito ai legami tra cibo e città, chimica e urbanistica, in definitiva, natura e cultura, sono tratte dalla Petite histoire naturelle de l’architecture, una serie di otto video di animazione di un minuto ciascuno, ideati per comprendere come il clima, le epidemie e l’energia abbiano modellato edifici e città.

I video sono una traduzione, allo stesso tempo ludica e divulgativa, dei contenuti della mostra sulla Storia naturale dell’architettura, ospitata al Pavillion de l’Arsenal, museo parigino dedicato all’architettura e all’urbanistica. Il centro è attualmente chiuso ma la mostra, curata dall’architetto e ricercatore Philippe Rahm, è in parte visitabile sul sito del museo. La serie di video, prodotta e realizzata da Pavillion de l’Arsenal con Merci Alfred e Playground Paris è visionabile a questo link o sulla relativa pagina Facebook.